IL MONDO TRA CAMBIAMENTO E PANDEMIA. OCCORRONO INNOVAZIONE E TRASPARENZA

di Francesco De Leo 

L’effetto della pandemia è stato quello di accelerare il cambiamento e di allargare le ineguaglianze. Ora non ci è lasciato molto tempo. Stiamo imparando che dobbiamo farci trovare sempre pronti, che dobbiamo scrollarci di dosso le nostre paure. Ecco perché dobbiamo porci, ancora una volta, qualche quesito improcrastinabile. Quale cambiamento vogliamo? E, cosa più importante, da che parte del cambiamento vogliamo stare?

Siamo in un momento critico e di grande cambiamento. Siamo nel bel mezzo di una nuova rivoluzione post-industriale che cambierà per sempre il nostro modo di vivere perché l’onda di Innovazione e l’esigenza di Trasparenza hanno rimesso in gioco equilibri che per troppo tempo abbiamo considerato come cristallizzati.

Qualcuno potrebbe osservare che non è una novità. Del resto in ogni epoca della Storia arriva un momento chiave in cui le scelte di una generazione ricadono su quelle che la seguono e segnano così, in modo irreversibile, il futuro. Ma nell’ultimo anno e mezzo, siamo piombati quasi senza accorgercene in un’accelerazione del cambiamento, che non ha precedenti. Si, perché la pandemia che ci ha colpiti con una dimensione globale senza precedenti nella Storia, una pandemia che si è materializzata all’improvviso e che ci ha trovati del tutto impreparati, è esplosa nel corso di quella che forse è la più significativa accelerazione tecnologica che il mondo abbia sperimentato negli ultimi 100 anni.

Inevitabile che anche gli scenari che abbiamo davanti siano del tutto inediti. Ci troviamo di fronte a tre sfide globali. In primo luogo, stiamo affrontando gli effetti collaterali di una pandemia ancora in corso e di certo non in ritirata, che ha ridisegnato i confini del mondo, dei nostri territori e delle nostre città. In secondo luogo, siamo di fronte ad una trasformazione radicale dell’economia globale dovuta ad un’inarrestabile digitalizzazione che non conosce frontiere, che abbatte le barriere competitive e ridefinisce i confini fra settori industriali, mettendo a rischio per la prima volta, dopo decenni, milioni di posti di lavoro. Infine, dobbiamo fare i conti con l’impatto devastante del cambiamento climatico, che è prossimo a superare un punto di non ritorno.

È del tutto naturale che, di fronte a tutto ciò, ciascuno di noi provi un senso di smarrimento.

Chi non avrebbe voluto trovarsi in condizioni diverse? Chi non avrebbe voluto ritardare questo appuntamento con la Storia o almeno evitare di dovere accettare che è il mondo intorno cambiasse così all’improvviso?

Quante volte ci siamo svegliati in questi mesi con un senso di angoscia profonda, scoprendoci più soli, più vulnerabili, quasi invisibili, come se ci venissero a mancare le forze per potere affrontare il mondo che cambia?

Siamo rimasti soli con il nostro senso di inguaribile inadeguatezza e di inconsolabile fragilità rispetto alla sfida della Storia. 

Ma, a pensarci bene, non poteva essere altrimenti.

Anche se non lo vogliamo ammettere, la pandemia ci ha segnato nel profondo, colpendoci senza distinzioni di censo, di confini geografici, o di classi sociali. Non ha risparmiato nulla e nessuno. Ci ha insegnato, al contrario, che non c’è una gerarchia nella sofferenza. Ma se è vero che nel dolore siamo tutti eguali, è anche vero che da soli non possiamo salvarci.

L’effetto della pandemia è stato principalmente quello di accelerare il cambiamento e di allargare le ineguaglianze.

Ora, più che mai, non ci è lasciato molto tempo. Stiamo imparando che dobbiamo farci trovare sempre pronti, che dobbiamo scrollarci di dosso le nostre paure, infine che dobbiamo imporci di trovare le forze per uscire da quella “comfort zone” a cui l’opulenza degli ultimi decenni ci aveva abituato.

Ecco perché dobbiamo porci, ancora una volta, qualche quesito improcrastinabile. Quale cambiamento vogliamo? E, cosa più importante, da che parte del cambiamento vogliamo stare?

In Italia arriviamo a questo cruciale appuntamento con la Storia con un Paese diviso, lacerato da un passato con cui non si è voluto mai fare i conti fino in fondo. L’Italia è oggi un Paese ripiegato su sé stesso e, cosa più grave, incapace di guardare avanti per affrontare il cambiamento globale che è alle porte.

E allora cosa fare?

Ora più che mai, nonostante le mille difficoltà ed incertezze che scandiscono il nostro vissuto quotidiano, dobbiamo sforzarci di archiviare un passato segnato da un sentimento diffuso di rassegnazione. Dobbiamo ritrovare un senso collettivo di appartenenza, di volontà di partecipazione alle scelte che determineranno il futuro che è alle porte. Non c’è più spazio, né tempo per posizioni attendiste, che ci relegherebbero irrimediabilmente e per sempre ai margini del cambiamento.

Quando gli USA dovettero affrontare la crisi del ’29, lo slogan che mise in moto un Paese fu: “il problema non è fare troppo: ma è fare di più e fare presto”. E in Italia è forse arrivato il momento, quantomeno da auspicare, in cui i molti che troppo a lungo si sono sentiti “invisibili” e senza un’identità (basta considerare il distacco tra cittadini e istituzioni, anche nei numeri della partecipazione elettorale) si possano riscoprire uniti in un senso di responsabilità condivisa. O identificarsi nel coraggio di chi vuole mettersi in gioco per non lasciare che il futuro sia ostaggio di un passato che non ritornerà più e di un presente che ha messo a dura prova la capacità collettiva di resilienza. La pandemia ci ha segnati irrimediabilmente. Ci ha colpiti ma non affondati. Ci ha imposto lutti inaspettati e ha distrutto le relazioni a cui eravamo abituati. Siamo dei sopravvissuti, e come tali abbiamo certamente l’onore dei sopravvissuti. Ma da oggi si volta pagina.

E allora da dove ripartire?

La forza, la nostra capacità di reagire, ci deve venire dalla consapevolezza che il nostro è un grande Paese. 

Solo negli anni Sessanta aveva saputo imprimere un’accelerazione senza precedenti all’economia grazie ad un’invidiabile rete autostradale che univa l’Italia da Nord a Sud, come nessun altro Paese in Europa aveva saputo fare. Furono anni in cui, grazie ad una compagnia di bandiera come Alitalia, i nostri imprenditori e le molte piccole e grandi imprese del Paese portavano in giro nel mondo l’essenza del “Made in Italy”, anni in cui nelle telecomunicazioni, nella chimica e nella farmaceutica il nostro Paese faceva scuola nel mondo (dal Nobel a Natta all’ENI di Mattei). Grandi imprese, certo, ma anche un’inarrestabile imprenditorialità diffusa, quasi che fosse misteriosamente parte integrante del nostro DNA: un modello che nessuno al mondo è stato in grado di replicare ed interpretare, con quel misto di flessibilità e di capacità di adattamento che hanno consentito al nostro Paese di re-inventarsi, tutte le volte che ce n’è stato bisogno. E non dobbiamo dubitare che sarà così anche questa volta.

Ma dobbiamo anche ammettere che se oggi siamo arrivati qui, con molti nodi ancora irrisolti, è anche perché negli ultimi 20 anni non sono state fatte scelte adeguate alle sfide dei tempi, e perché il Paese si è trovato ingessato da troppe divisioni ed interessi di parte. Non è però questo il momento per dividerci ancora o per attribuire le colpe gli uni agli altri. Si, per ché non c’è tempo e non serve rivangare il passato.

Dobbiamo invece guardare avanti, perché la pandemia, con le sofferenze che hanno segnato la vita di molti, ci offre un’opportunità inattesa.

Come qualche volta accade, il destino beffardo ci offre una seconda possibilità per rilanciare una nuova stagione di innovazione nel nostro Paese. È come se ci trovassimo improvvisamente in un Gran Premio di Formula 1, quando fa ingresso la “safety car”. Così anche noi che eravamo fra gli inseguitori, ci troviamo ora a ridosso dei primi e così facendo possiamo riaprire i giochi.

L’Europa ed il Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (PNRR) ce ne offrono l’occasione. Ed è un’occasione unica e irripetibile. Tocca a noi rimetterci in partita e riprenderci il futuro, che è ancora nostro, ma non per sempre, se lo sciupiamo.

È arrivato il momento in cui dobbiamo mettere da parte le divisioni ed i rancori accumulati negli anni e sforzarci di riscoprirci in meglio e di volere bene al nostro Paese.

Abbiamo idee diverse gli uni dagli altri o diversi modi di vedere il mondo, veniamo da storie personali e tradizioni di frequente molto distanti fra loro, ma è proprio in questa diversità che ritroviamo, che dobbiamo ritrovare, la nostra ricchezza.

Solo così possiamo riaprire spazi di dialogo e di confronto, in un mondo che in troppi vorrebbero omologare ad un pensiero unico, che mortifica i talenti di molti, quei molti che troppo a lungo si sono sentiti “invisibili”.

Con la pandemia, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che viviamo in un mondo più difficile e più vulnerabile, capace di scodellarci qualcosa per cui non eravamo preparati. 

Abbiamo assistito ad un’accelerazione della globalizzazione che ha portato a nuove e più pervasive ineguaglianze. E dobbiamo riconoscere che non abbiamo ancora trovato le soluzioni. Come pure dobbiamo riconoscere che non siamo in stati in grado di corregge le distorsioni dei mercati finanziari.

Ora dobbiamo ritrovare la passione per il rischio ed è arrivato il momento in cui non possiamo più tirarci indietro. Non possiamo guardare la partita dalla tribuna, aspettando il momento più propizio per scendere in campo, come avremmo fatto in condizioni di normalità. Oggi tutto diventa orientato dalla straordinarietà. Occorre buttarsi nella mischia, se si vuole riaprire la partita che abbiamo in corso con il nostro futuro. Solo così recupereremo gli spazi necessari per imprimere una direzione diversa al cambiamento.

A tutti coloro che nel pubblico, come nel privato, hanno svolto e si sono impegnati con senso del dovere nel proprio lavoro, senza che nessuno ne riconoscesse il valore. A tutti coloro che per troppo tempo si sono sentiti “invisibili”, mortificati nei loro talenti e lasciati soli davanti alle sfide, senza precedenti che stiamo vivendo. A costoro, a tutti, va rivolto un solo invito: “non voltatevi dall’altra parte, non lasciate che la sconsolata rassegnazione e il cinismo di questi anni siano di ostacolo ad un impegno collettivo ad assumersi le proprie responsabilità, per lasciare una testimonianza alle generazioni che seguiranno. Per promuovere insieme un futuro di prosperità condivisa”.

Dobbiamo tutti impegnarci a chiedere, a pretendere più “Innovazione”, più “Trasparenza”, più unità e meno divisioni, più inclusione e meno marginalizzazione delle tante donne e dei tanti giovani che stentano a riconoscersi nel mondo che abbiamo ereditato, perché troppo a lungo invisibili e dimenticati.

E’ questa l’unica bussola per andare incontro al futuro che è alle porte, perché se lasciati soli siamo più fragili, più vulnerabili e corriamo il rischio, in un mondo sempre più globale ed interconnesso, di finire per sempre ai margini del cambiamento.

Messi difronte alla domanda “Perché ora?”, si può dare una sola risposta, due sole parole: Innovazione, Trasparenza.

Innovazione e Trasparenza, senza rimpianti per un passato che non può più tornare ed un presente che ha tolto dignità a quel senso collettivo di comunità che un grande Paese come il nostro ha dato prova di esprimere nel tempo.

Di certo non è e non sarà una “passeggiata nel parco”, ma è l’unico modo per assumersi le proprie responsabilità e dare così un senso più compiuto al proprio impegno civile, per promuovere e mobilitare il talento di molti che per troppo tempo sono stati invisibili agli occhi dei più.

Innovazione e Trasparenza: non uno slogan, ma un metodo di lavoro, da cui ripartire per ritrovare la chiave per costruire insieme un futuro di prosperità condivisa. 

Dobbiamo solo impegnarci ora, insieme per riprendere in mano il nostro futuro. Dobbiamo rimetterci in gioco e assaporare ancora una volta il senso di quelle sfide impossibili nelle quali il nostro Paese è stato capace, in passato, di sorprendere il mondo.